giovedì 19 maggio 2016

Sardegna libera dai combustibili fossili: un sogno possibile



Si riporta integralmente la risposta di Roberto Pozzan, redattore di Report - e autore del programma "I fossilizzati" in cui si parla di idricarburi, di gas, di PEARS e di termodinamico solare in Sardegna - alla lettera di Italia Nostra Sardegna inoltrata lo scorso 12 aprile 2016.
Alla nota del giornalista segue la risposta di Italia Nostra Sardegna e del Comitato civico di Guspini "No Megacentrale" 



Sull'argomento ha scritto anche il prof. Sergio Vacca  su Sardegna Soprattutto - "LandGrabbing, Gabanelli, Piano Energetico Regionale e altro ancora!" 

Specchi parabolici

Risposta del redattore di Report dott. Pozzan

Il sogno possibile:
La Sardegna prima regione d’Europa libera dai combustibili fossili.
La realtà invece:
La Sardegna esporta più del 40% dell’energia elettrica che produce. In teoria potrebbe tagliare le produzioni più inquinanti, ma non lo fa, anzi le vuole incrementare. Forse il fatto che gran parte di queste produzioni godano degli incentivi previsti dal famigerato CIP6 per via di quel  “rinnovabili e assimilate” scritto nella legge non è secondario.
Eppure studi internazionali dimostrano modifiche nel dna dei bambini di Sarroch.
Studi altrettanto attendibili dimostrano il rischio di danni gravissimi per la  salute e per lo sviluppo delle capacità cognitive dei bambini di Portoscuso. Porto Torres e addirittura il paradiso dell’Asinara presentano livelli di contaminazione veramente preoccupanti.
In questo contesto le autorità sarde presentano un piano energetico basato su nuove centrali a carbone sul  metano e  che si spinge a definire “strategica”  la produzione energetica attraverso la gassificazione dei residui della raffinazione petrolifera.
Siamo nel 2016 e c’è da restare a bocca aperta. C’è da sgranare gli occhi sapendo che tutto questo avviene in uno dei luoghi più belli e vocati alle rinnovabili  del Mediterraneo. C’è da pizzicarsi la mano per assicurarsi che non sia un incubo, vedere il sostanziale consenso delle organizzazioni “ambientaliste”.
Percorso del fallito progetto di metanodotto Galsi
Sappiamo tutti  che metanizzare l’isola significherà seppellire migliaia di chilometri di tubazioni con la distruzione che ne deriva. Sappiamo tutti che i rigassificatori non sono strutture a impatto zero e possiamo  immaginare cosa significhi avere navi metaniere che solcano le coste.  Se non lo sappiamo, basta rivedere le immagini di Viareggio, dove un piccolo contenitore di GPL montato in un vagone, ha determinato la tragedia che sicuramente conosciamo.
Sappiamo anche cosa vuol dire carbone: enorme consumo di territorio che per centinaia di anni  non sarà più utilizzabile nelle zone di estrazione  (magari lontane) ma anche nelle zone dove avverrà la combustione. Metalli pesanti, uranio e ceneri tossiche che vanno a coprire i terreni. L’ordinanza della ASL di Carbonia ce lo conferma ancora.
In questo quadro, visto che permane il bisogno di energia, si potrebbe ipotizzare la sostituzione della generazione inquinante con quella pulita.  Ma se questa è la direzione, fotovoltaico, eolico, solare a concentrazione e idroelettrico diventano tappe obbligate da agevolare, non a cui opporsi. Queste tecnologie non inquinano e non producono gas clima alteranti.
Ovviamente anche le rinnovabili hanno dei costi. Il paesaggio viene modificato come Vittorio Sgarbi non si stanca di ripetere. Però i vantaggi ci sono: i terreni non vengono perduti e il giorno in tecnologie migliori saranno disponibili, basterà smontare pale, pannelli e specchi e tutto tornerà come prima. Il clima non sarà alterato, e il terreno riposato sarà ancora più fertile.
A chi giova allora la ferrea opposizione alle rinnovabili che attraversa il paese e trova negli ambientalisti la propria punta di diamante?
Perché la possibilità di sostituire energia pulita a carbone e idrocarburi non diventa terreno di dibattito e di contrattazione tra chi difende il territorio in modo organizzato e le istituzioni propense a non cambiare modello energetico?
Viene da chiedersi come mai organizzazioni che hanno a cuore la bellezza del paese e la salute dei cittadini si trovino oggettivamente alleate con chi vuole lo status quo, cioè produzione clima alterante e  inquinante?
Viene da chiedersi come mai tutti si scandalizzino di fronte agli incentivi per le rinnovabili e nessuno per quelli destinati alle fossili che sono 10 volte più consistenti?
Misteri su cui bisognerebbe indagare!
Tengo a aggiungere che ho visitato i terreni su cui dovrebbero sorgere due delle centrali: “Flumini Mannu” e “Gonnosfanadiga”.  Li ho visti d’estate e sono tornato a febbraio. Mi sono sembrati belli ma piuttosto abbandonati. Ho visto poche pecore al pascolo, colture di  foraggio e in superfici minori di orzo. Non c'erano le colture pregiate che si vedono una ventina di chilometri più a sud (scusate l’ignoranza sulla toponomastica) per cui non riesco a immaginare danni irreparabili all’agricoltura o perdite consistenti di posti di lavoro, anzi. Leggo che la Sardegna importa addirittura l'80% del foraggio dall'estero!
Una Sardegna tecnologicamente avanzata, che fa il salto per essere la prima regione a impatto zero in Europa, una Sardegna libera dai veleni ricca di centri di ricerca che studiano un modello di sviluppo riproducibile in tutto il Mediterraneo mi sembra  un obiettivo su cui vale la pena puntare, e che porterà senz’altro ricchezza e lavoro qualificato. Lo status quo con gli orrori industriali di Sarroch, Porto Torres e Portoscuso a cui si aggiungono metano e carbone mi sembrano segno di una sconfitta epocale che può portare solo miseria! Mi spiace veramente vedere che ambientalisti che hanno i miei stessi ideali, di fatto divengano i migliori alleati della conservazione di un modello energetico superato e distruttivo.  
Roberto Pozzan
Autore de “I fossilizzati” Report

Simulazione di un impianto termodinamico solare


La risposta di Italia Nostra alla redazione di Report

Egregio dott. Pozzan
prendiamo atto che condividiamo lo stesso sogno, quello di trasformare la Sardegna nella prima regione d’Europa libera dai combustibili fossili. Tanti cittadini, numerosi Comitati civici locali, qualche Amministrazione pubblica e diverse Associazioni ambientaliste condividono assieme a noi questa idea di futuro. Da anni inseguiamo questo sogno e da anni tutte le nostre azioni e le nostre forze sono indirizzate in tal senso. Nei nostri interventi nel corso degli incontri previsti dalla procedura di Valutazione Ambientale Strategica del Piano Energetico Regionale della Sardegna e nelle successive Osservazioni presentate alla Regione abbiamo anche cercato di raccontare questa nostra visione dell’Isola. 

Le nostre osservazioni al PEARS non sono state ancora pubblicate nel sito della RAS, a richiesta saremmo lieti di inviargliene copia. Una sintesi del sogno raccontato dagli ambientalisti è comunque reperibile nel post pubblicato il 10 aprile u.s. nel blog di Italia Nostra Sardegna (nota 1).  Se prima della trasmissione avesse letto quel post e la nostra mail indirizzata alla redazione di Report del 12 aprile u.s., avrebbe evitato di riportare una serie di inesattezze sul PEARS e sulle posizioni delle Associazioni Ambientaliste. Purtroppo Lei ha anche perseverato e anziché accogliere i nostri provvidi suggerimenti, e la nostra richiesta di essere perlomeno ascoltati, con la sua ultima nota ritorna a difendere la trasmissione, ribadendo la validità del motivo conduttore e la tesi di fondo: “Le autorità sarde” (meglio sarebbe stato dire i politici sardi, per la nostra ritrosia ad ogni forma di auctoritas) avrebbero varato un Piano Energetico che sposa integralmente la linea della produzione di energia da fonti fossili ed ignora del tutto la vocazione alle rinnovabile del Paradiso Sardegna. Tutto ciò con il “sostanziale consenso delle associazioni ambientaliste”. 

NIENTE DI PIU' FALSO!
Una lettura anche se superficiale del PEARS, la avrebbe resa edotta sul fatto che buona parte degli Obiettivi Strategici in esso contenuti (efficientamento e sicurezza energetica, reti  intelligenti, riduzione del  50% dei climalteranti al 2030) punta all’utilizzo delle FER, auspicando e dettando regole sulla produzione diffusa e sull’autoconsumo (limite del 50% evidentemente inviso agli speculatori). Si postula dunque (almeno negli intenti) il rifiuto di quel modello imprenditoriale di speculazione selvaggia delle produzioni di energia da FER finora attuato che, adottando il modello di liberalizzazione introdotto dal Decreto legislativo n. 387 del 29 dicembre 2003,  ha prodotto in Sardegna distorsioni insostenibili per impatti paesaggistici, consumi di risorse ambientali, esubero esponenziale di energia elettrica rispetto ai consumi (oltre il 40%).  Una corretta  informazione avrebbe dovuto, a nostro avviso,  rendere edotto il pubblico sul complesso delle azioni previste nel PEARS e non limitarsi a focalizzare l’attenzione sulla sola “metanizzazione”, passaggio quest’ultimo obbligatorio ad avviso regionale (ma da noi avversato)  per una transizione da fossili a rinnovabili, un’idea  questa  peraltro mutuata da Direttive europee e dal SEN. 

Non sta a noi prendere le difese di una pianificazione che nei fatti abbiamo in buona parte contestato ed avversata, ma occorre che ai fini di una imparziale informazione un corretto inquadramento sia d’obbligo, soprattutto su argomenti di elevata complessità tecnica ignoti al grande pubblico.
Si diceva dunque che Associazioni ambientaliste, comitati, esperti, cittadini, non hanno condiviso l’impostazione strategica del PEARS. Ne fanno fede i numerosi Atti di Osservazione presentati nell’ambito al procedimento di VAS, di cui la redazione di Report evidentemente avrebbe fatto bene a prendere preventiva visione. Scevri da omologazioni culturali, in tali documenti, che auspichiamo saranno a breve pubblicati sul sito della Regione, abbiamo sostenuto e dimostrato che il modello di sviluppo di una Sardegna libera dalle fossili non solo è auspicabile, ma rientra nelle nostre attuali possibilità del breve termine e senza richiedere sacrifici né economici, né ambientali. Nelle stesse Osservazioni si è inequivocabilmente presa posizione sulla necessità di pervenire in tempi brevi alla chiusura delle Centrali termoelettriche, tutte ormai fuori norma, piuttosto che preconizzare una riconversione delle stesse, e si è denunciata come priva di ogni principio di economicità e razionalità l’ipotesi di realizzare nuove centrali a carbone per sostenere iniziative industriali destinate inesorabilmente al fallimento, peraltro con il finanziamento occulto di fondi pubblici (centrali a CCS del Sulcis ad esempio).
Le nostre posizioni sono state sempre coerenti, cristalline, mai ambigue, inoppugnabilmente motivate, anche se spesso destinate alla impopolarità. La nostra idea è quella di una Sardegna carbon free, votata all’autosufficienza energetica da perseguirsi attraverso autoproduzione ed autoconsumo, libera da interventi speculativi, che dietro il paravento delle FER, mirano ad una seconda reindustrializzazione di un territorio che ancora porta le piaghe irrisolte del Sulcis, di Ottana, di Sarroch, di Porto Torres, di Furtei, un tempo miraggi di una rinascita inadempiuta, oggi testimoni di un inquinamento devastante che si vorrebbe tombare e non risolvere.
Modello di abitazione a consumo energetico zero
Posizioni chiare dunque, inequivocabili, senza “misteri su cui indagare” o che possano dare adito a gratuite e ingiustificati interrogativi quali    A chi giova allora la ferrea opposizione alle rinnovabili che attraversa il paese e trova negli ambientalisti la propria punta di diamante?”
Non è certo alle Rinnovabili che le Associazioni si oppongono, e tanto meno ci si “scandalizza  per il  sistema delle incentivazioni,  ma il nostro NO, convinto sotto il profilo etico e motivato sotto l’aspetto tecnico va a quelle forme di uso degli incentivi e sfruttamento delle risorse ambientali, che nell’intento di far conseguire alti interessi di origine pubblica a capitali privati, perseguono di fatto il fine di speculare sulle FER,  impedendo di fatto che i benefici delle rinnovabili ricadano sull'intera Comunità.  
In Sardegna in questi anni, paradiso delle FER, sono stati costruiti numerosi impianti con modalità procedurali inconsuete (alcune delle quali di dubbia legittimità ordinaria e costituzionale), i quali sia per il numero che per le dimensioni hanno determinato :
  • una delle più violente e repentine aggressioni al paesaggio ed all'ambiente. Un vero e proprio  fenomeno di land grabbing che sta interessando Sardegna e sud Italia;
  • un disastro in termini di costi sostenuti dalla collettività (oltre 12 miliardi di euro l'anno per l'Italia);
  • un prelievo di risorse finanziarie che da un lato ha avuto riflessi negativi nella ricerca indirizzata allo sviluppo di nuove tecnologie alternative e dall’altro una contrazione degli investimenti in settori ben più performanti per la riduzione di gas serra come le rinnovabili termiche, l'efficienza energetica, l'autoproduzione etc...;
  • una delle cause del costo proibitivo dell'energia in Italia, ancor più accentuato in Sardegna;
  • un considerevole flusso di denaro in uscita dall'Italia;
  • un beneficio occupazionale esiguo se raffrontato ai capitali investiti, peraltro limitato nella gran parte alla realizzazione degli impianti;
  • una contraddittoria negazione stessa del principio di "produzione individuale distribuita", teorizzato dagli stessi fautori delle rinnovabili e suggerito dalle politiche europee;
  • una esplicita violazione del principio di sostenibilità, sia in relazione alla tipologia degli interventi, sia per quanto concerne gli impatti ambientali.
Si tratta di rilievi di criticità non sollevati esclusivamente dal mondo ambientalista, ma sottolineati dalla stessa Commissione di esperti indipendenti nominata dal Bundenstag nel rilevare che “l'incentivazione delle FER tedesche non è uno strumento efficace per la salvaguardia del clima, non è economicamente efficiente, né ha avuto un effetto positivo sull'innovazione.
Già nei prossimi anni - allo scadere dei venti anni di vigenza degli incentivi previsti dai diversi conti energia - si avvertiranno in Sardegna e nel resto di Italia le prime criticità di un sistema errato di incentivazione che, anzichè supportare le attività dei prosumers che avrebbero potuto garantire una produzione negli anni ben superiore al periodo temporale di pagamento degli incentivi, ha scelto di elargire laute regalie agli speculatori delle FER i cui impianti cesseranno la produzione di energia elettrica allo scadere dell'incentivo.  Alla collettività resterà poi l'onere di smaltire gli impianti e di ripristinare le aree agricole devastate dagli interventi della pseudo "green economy".
I Sardi sono già abituati alla perversa aggressione della propria terra basata sul concetto della "privatizzazione degli utili e la socializzazione dei costi ambientali".  Tutto questo con buona pace dei tanti allocchi che hanno creduto nella vocazione ambientalista degli speculatori.

Impianto termodinamico solare in area desertica

E qui veniamo al secondo aspetto trattato nella trasmissione, ovvero le centrali CSP di Flumini Mannu e Gonnosfanadiga, (a latere potrebbero ricomprendersi le finte serre fotovoltaiche di Narbolia o quelle di Villasor, mai utilizzate per produzioni agricole). Come autore della nota  confessa di aver visitati i luoghi in febbraio e agosto (stagioni non del tutto propizie) trovandoli “belli ma piuttosto abbandonati”, aggiungendo poi  Leggo che la Sardegna importa addirittura l'80% del foraggio dall'estero!
Non conosciamo la Sua fonte disinformativa, ma riandando come in un nastro riavvolto alle immagini mandate in onda, in cui si vede una ignota mano raccogliere sassi sparsi su plaghe arse dal sole, noi, che a lungo abbiamo lavorato su quelle carte, non possiamo non accostarle alle foto contenute nel progetto della CSP e tornare con la memoria alla triste tesi ivi sostenuta di una Sardegna sull’orlo della desertificazione. Non si andrebbe molto lontano dal vero ipotizzando forse  che i Mentori del nostro “turista per caso” siano stati gli stessi personaggi chiamati a illustrare nel corso della trasmissione le virtù terapeutiche di interventi salvifici per occupazione e lungimiranti per tecnologie, avversati da alcuni sardi di dura cervice!
Un ascolto più attento al territorio (e certo qualche diversa guida pur da noi resa disponibile) avrebbe invece evidenziato la contrarietà della quasi totalità di allevatori e coltivatori, i quali si vedrebbero defraudati dei propri terreni, costretti a rinunciare ad attività produttive che risultano certificate a livello europeo. Lei ignora dott. Pozzan che  la IGP  di “Agnello di Sardegna” viene  riservata agli agnelli allevati in un ambiente del tutto naturale, caratterizzato da ampi spazi esposti a forte insolazione, ai venti ed al clima della Sardegna, che risponde perfettamente alle esigenze tipiche della specie; ignora che l’unico settore dell’economia in Sardegna con segno positivo è quello dell’agricoltura;  ignora che molti sono i giovani che stanno ritornando alla terra e che necessitano del capitale fondiario per poter trovare una soluzione ai complessi problemi della crisi occupazionale. Se invece che all’unico latifondista, peraltro allevatore marginale, si fosse data voce a quei numerosi allevatori e agricoltori che ricavano da quella terra il loro mezzo di sussistenza e che si battono per evitare che vengano espropriati dei loro diritti, forse il quadro offerto da Report sarebbe stato quanto meno più aderente alla realtà.
E’ evidente che Consumo di suolo, Uso del suolo, Sostituzioni paesaggistiche, Sconvolgimenti delle matrici ambientali, Alterazioni del microclima, Impatti idrogeologici, sono problematiche che nemmeno sembrano lambire le Sue certezze granitiche, ancorate ad una profezia di riconversione industriale della Sardegna che sostituisce ai petrolchimici il miracolo delle CSP.
L’essenza di questo quadro incoerente e lontano dalla realtà può farsi racchiudere nell’affermazione Però i vantaggi ci sono: i terreni non vengono perduti e il giorno in cui tecnologie migliori saranno disponibili, basterà smontare pale, pannelli e specchi e tutto tornerà come prima. Il clima non sarà alterato e il terreno sarà ancora fertile”, concetto mediaticamente pregno di significati escatologici,  pronunciato, forse sotto l’influsso inconscio di uno spot per detersivi, dalla Gabanelli in chiusura della sua infausta trasmissione.
Momtaggio della centrale di Priolo (SR)
Un vero peccato, se ci si fosse presa la briga di andare a visionare gli elaborati tecnici allegati al progetto della CSP si sarebbe scoperto ad esempio per la centrale di “Flumini Mannu”  il campo solare necessiterà di fondazioni a pali del diametro di 1,2 mt e della profondità di 5-6,7 mt per un numero complessivo pari a 10.440. Lo scavo interesserà un volume pari a mc 60.700 di terreno, la Power Blok sarà realizzata su di una platea di calcestruzzo di circa 2.084 mq di superficie dello spessore di mt 1,5 poggiante su pali di circa 1 mt di diametro, profondi 30 mt per un numero complessivo di 75 pali, la turbina su di una platea di cls  di mt 1 di spessore verrà realizzata su pali di mt 1 di diametro e mt 30 di profondità per un numero complessivo di 10 pali. Il volume complessivo di scavo tra Power blok e bacini risulterà pari a mc 67.000. Questi sono solo alcuni dei dati tecnici in nostro possesso, certamente di gran lunga sottostimati e presentati dalla società proponente al Ministero dell'Ambiente a seguito di nostre ripetute sollecitazioni. Impossibile rendicontare inoltre sugli sbancamenti per riprofilare i terreni secondo le nuove giaciture necessarie agli spianamenti, pratica che comporterà comunque la distruzione irreversibile del suolo agricolo.
E’ in tale affermazione dunque il saggio dell’approssimazione informativa con cui vengono affrontati argomenti tecnici che per l’ampia portata e complessità di impatti meriterebbero quanto meno una momentanea riflessione. Si sottace che la Sardegna è già destinata a pagare nel futuro un prezzo altissimo per la rimozione di tutti gli impianti da FER che le società eviteranno di eseguire per non accollarsi costi passivi di fine esercizio.
Dovremmo tralasciare poi di far menzione della presunta compatibilità agricola dell'intervento riportata alla voce "compensazione ambientale" nei documenti integrativi presentati al MInambiente dai proponenti l'impianto CSP. Si tratta semplicemente di qualche accattivante rendering  accompagnato da una esercitazione didattica le cui teoriche conclusioni appaiono lontano anni luce dalla realtà. Mere integrazioni progettuali intese a rimuovere in modo strumentale le nostre ripetute osservazioni sull'incompatibilità degli impianti industriali nelle aree agricole. Per un più attento studio dell'argomento rimandiamo comunque alla lettura delle nostre numerose Osservazioni presentate al Ministero dell'Ambiente in sede di procedura di VIA (nota 2).
In ogni caso è stato più volte detto che per noi il problema della realizzazione delle CSP in Sardegna è sostanzialmente connesso alla loro localizzazione. Questa tecnologia non a caso definita “energia dal deserto”(nota 3)  può trovare collocazione in aree industriali, in cave dismesse e in siti degradati non recuperabili sotto l’aspetto ambientale, in altri termini in contesti brown field e non green field, così come indicato dalla Direttiva dalla europea 2001/77/CE, sostituita poi dalla 2009/28/CE, e dal D.M.219/2010.
Sarebbe lungo ed inutile continuare a dissertare su tali problemi. La invitiamo semplicemente a prendere accurata visione di tutta la documentazione presente sul sito del Ministero dell’Ambiente. Forse avrà modo di scoprire un’assonanza significativa, una convergenza di giudizi inconsueta tra i contenuti delle Osservazioni di Associazioni e Comitati con i concordi pareri espressi da Organi tecnici dello Stato (Ministeri, Regione, Comuni)  in merito alla non sostenibilità di tali interventi, in relazione alla loro localizzazione e alla Valutazione sugli impatti ambientali che ne conseguirebbero. 

Area industriale di Portovesme
Tornando in chiusura al nostro sogno comune e al suo dispiacere  nel “… vedere che ambientalisti che hanno i miei stessi ideali, di fatto divengano i migliori alleati della conservazione di un modello energetico superato e distruttivo”, siamo certi di poter fornire ampie rassicurazioni: non siamo alleati, consci o inconsci, delle fossili perché da anni ci battiamo per le rinnovabili. Parlano per noi i numerosi documenti e le tante Osservazioni presentate in tutte le sedi ai progetti di impianti che utilizzano le fossili, alle ricerche di metano nel sottosuolo sardo, all’air gun nei mari del Nord Sardegna, alla dura campagna referendaria che abbiamo condotto per il SI contro le trivelle. Facciamo opera continua e volontaria di sensibilizzazione per la realizzazione di un modello di sviluppo circolare e sostenibile e per la salvaguardia delle nostre risorse ambientale, in cui crediamo come all’unico patrimonio, insieme a quello culturale, da tutelare. Non conosciamo i suoi ideali, ma crediamo nei nostri e siamo in buona compagnia:  ITALIA NOSTRA, WWF, LIPU, FAI, ADICONSUM, LEGAMBIENTE, GRIG, COMITATI, AUTOREVOLI STUDIOSI  E SINGOLI  CITTADINI operano costantemente per la tutela della tradizione storica e culturale, la valorizzazione dei prodotti agro-zootecnici locali  e a prezzo di immensi sacrifici e rinnovati vincoli tra generazioni intendono conservare quel patrimonio culturale che lega indissolubilmente l’uomo al territorio di appartenenza. Tale patrimonio costituisce un Bene Collettivo nella accezione definita dalla Ostrom e dalla normativa in fieri sui Beni Comuni, in altri termini un Bene non sottraibile, né mercificabile, perché patrimonio storico di una Comunità.

Non siamo dunque un’accolita di sprovveduti che a tutto dice NO. Noi non crediamo in Sogni di briatorea memoria. Noi ci battiamo costantemente giorno per giorno, attimo per attimo,  per questa Terra che è nelle nostre viscere, nel nostro sangue, nel nostro midollo: in una parola nel nostro DNA.
E vogliamo aggiungere che, sulla difesa del territorio e del comune patrimonio naturalistico e paesaggistico, non siamo disposti ad accettare lezioni da nessuno.
Di queste cose avremmo voluto parlare nella trasmissione “I fossilizzati” di Report, dei tanti pastori e agricoltori che rischiano l'esproprio delle proprie terre, della Sardegna che importa ormai l'80% del suo fabbisogno alimentare,  di land grabbing in Sardegna e delle politiche che la incentivano e la supportano.
Si è persa un'occasione per dare voce a Comitati e cittadini che rivendicano il diritto di vivere e lavorare la propria terra e si è invece scelto di screditare le Associazioni Ambientaliste e di dare voce agli accaparratori di fertile terra agricola: un grave colpo per la credibilità di Report!

li 17 maggio 2016


La risposta del Comitato NO Megacentrale di Guspini alla redazione di Report

L'incubo realizzabile

Egregio Sig. Pozzan,
nelle sue formulazioni lei commette diversi errori concettuali, affini a quelli proposti con superficialità nel servizio malauguratamente andato in onda su “Report”, attinenti a un uso retorico e non sostanziale delle parole: speriamo che questo sia un errore in buona fede, comune a tante persone che ragionano su parole anche trattando di argomenti tecnici e non le trasformano in numeri, o peggio qualche numero lo mettono, senza vincoli di consequenzialità e senza valutazioni complessive di contesto: errori che in un ambito professionale, per esempio di progettazione, manifesterebbero tutta la loro drammaticità causando danni da economici a tragici.
La portata di tali errori, se uno discute a ruota libera in un bar o altri ameni contesti, è limitata: quando si tratta invece di un ambito informativo il danno può essere molto grave, e lo tocchiamo con mano ogni giorno. Un ambito informativo afferente per di più a una trasmissione che in molti ritenevano quasi probante per la serietà con cui trattava gli argomenti, per esempio dando spazio a tutte le parti in causa, cosa che, sempre per esempio, non è assolutamente avvenuta con i “comitatini del no a tutto”, i “comitati di traverso”, né con i proprietari di fondi e aziende agricole che non vogliono vendere e rischiano l'esproprio (ha considerato questo punto?), i comitati che comunque non hanno la possibilità economica delle aziende che contrastano, multinazionali che comprano spazio sui giornali e che si rapportano a vari livelli sia con i centri decisionali (ministeri e uffici ministeriali) siacon i mass-media (come voi): sì, il danno può essere molto grave; anche per voi e la vostra credibilità però, perché chi, come noi, vive queste vicende dall'interno e le conosce nella loro interezza, da quella fatidica trasmissione vi vede con occhi molto diversi: vi vede falsi, o come minimo superficiali.
Raccolta di foraggio a Campu Giavesu

Un argomento retorico ma erroneo che lei utilizza con ingenua superficialità (speriamo) è quello di mettere assieme tutto ciò che odora di rinnovabile, denotato come insieme dei buoni, e contrapporlo a tutto ciò che in qualche modo è di ostacolo all'insieme precedente (capiamo anche che la puntata cadeva in un momento delicato, il giorno del referendum mancato, ma ciò non giustifica l'errata banalizzazione a cui abbiamo assistito): nell'insieme dei cattivi lei mette tutta la Sardegna, rocce, piante, “ambientalisti” (messi tra virgolette a sottolinearne la falsa attribuzione), cittadini vari e amministrazione tutti assieme: anzi forse le rocce e le piante si possono salvare con tutte le spiagge, basta togliere di mezzo quegli antipatici dei suoi abitanti, tranne quelli più folcloristici che si possono mettere in costume sardo per fare su ballu tundu. Nel trattatello di Schopenhauer edito col titolo: “L'arte di ottener ragione” gli artifici retorici da lei usati portano numero 1, 24, 32, 35: generalizzare le tesi dell'avversario per confutarle, distorcerle per ottenerne conseguenze perverse, ascriverlo a categorie odiose, mostrargli l'utilità che conseguirebbe dagli argomenti propri. Speriamo (ancora speranze!) di chiarirle le idee dicendole che non tutto ciò che si autoetichetta come “energia rinnovabile” è veramente bene, e chi contrasta alcuni dei progetti in questione è altrettanto attivo nel contrastare gli utilizzi delle fossili, il prosieguo dell'attività estrattiva insostenibili, le industrie inquinanti, ecc. Anche noi ci chiediamo (ma in realtà qualche risposta l'abbiamo) come mai il surplus energetico della Sardegna non si traduca in minori emissioni e in una riduzione dell'attività degli impianti SARAS di Sarroch e non solo di quelli.

Purtroppo spiegarle tutto in poche righe, posto che lei sia seriamente intenzionato a capire, è un po' arduo: siamo persone che lavorano, debbono seguire i propri impegni professionali, che non sono quelli di fare informazione, come dovrebbe essere il suo, e fanno una fatica immensa a tener dietro a tutte le offensive delle aziende in questione, alle quali aggiungiamo anche la vostra trasmissione, inconsapevolmente o meno; però qualcosa possiamo immediatamente aggiungere alle sue conoscenze, prendendo spunto dal “sogno” che lei cita: proprio intessute del materiale incorporeo dei sogni sono le immagini che propone, come quella dell'impianto che a fine vita viene tolto lasciando la terra più fertile e “più bella e superba che pria” (Petrolini-Nerone), presa pari pari dalle fole del progetto o dalle chiacchiere dell'architetto Virdis, che lei ha conosciuto; tale rimozione indolore può forse essere fattibile per le serre fotovoltaiche (ma anche qui abbiamo degli esempi che ci raccontano altro, vedi il caso Narbolia), entro certi limiti da valutarsi, e altrettanto si dica per le pale eoliche; ma certo non vale per gli impianti CSP come quelli proposti (CSP parabolic trough, parabolici lineari o a torre, Tower CSP), che necessitano di profondi plinti di fondazione per mantenere saldi gli specchi alti 8 m, ottime vele per il maestrale, e per mantenerli coerentemente allineati con la rigidità necessaria secondo i minimi scostamenti tollerabili per mantenere efficiente l'impianto; al riguardo torna bene un aneddoto: alla prima proposta agli uffici tecnici regionali per le valutazioni ambientali, il punto della perdita irrimediabile di vaste estensioni di suolo fu uno di quelli (fra tanti) citati nelle osservazioni tecniche proposte dai comitati (che voi evidentemente non dovete aver letto, neanche quelle spedite agli uffici ministeriali: come gli spettatori di un film che non vogliono sapere che i loro eroi fanno cose letteralmente impossibili), che al loro interno contano professionisti di varie specialità in grado di valutare compiutamente progetti di tal fatta. Su quel punto specifico la società tentò di rispondere proponendo sostanzialmente un altro progetto in cui, tra le altre cose, le fondazioni erano sostituite da pali a vite: avvertiva il progetto che ciò era subordinato però alla valutazione dei terreni in corso d'opera, poiché contrariamente alle norme di legge al momento della presentazione a valutazione il progetto era privo di diverse indagini necessarie per un'opera di tali dimensioni (e ancora risulta mancante degli elaborati necessari), e della sua inconsistenza tecnica si rendevano conto sia i tecnici preposti all'esame, come manifestarono negli atti espressi, sia le figure professionali appartenenti ai “comitati di traverso”: l'obiezione ai pali a vite, come già sottinteso tra le righe precedenti, era che i terreni alluvionali in sito non consentivano di certo la necessaria resistenza ai cedimenti e forse neanche la capacità portante, con fondazioni di tal fatta, e che la società proponente avrebbe già dovuto sapere questo, se avesse svolto le necessarie indagini geognostiche e geotecniche (che la legge prescrive pari a un livello di progettazione definitivo, termine di valenza tecnica definito nel codice degli appalti e relativo regolamento d'attuazione). Dagli uffici tecnici non potevano che concordare con la puntualità delle osservazioni, o erano le stesse valutazioni che erano chiamati a fare per lavoro (ah, questi tecnici: quando controllano è burocrazia, quando non lo fanno sono delinquenti: bisogna decidersi), e richiedevano quindi integrazioni alla proponente; finché le indagini  furono fatte (ma solo per uno dei due impianti proposti), e, indovina indovina, venne fuori che i pali a vite non erano sufficienti, come tutti sapevano da principio.
 
Area occupata dall'impianto CSP di Gonnosfanadiga
Per la cronaca, i pali a vite erano l'unico dispositivo che avrebbe un po' (un pochino) attenuato l'impatto atteso di un tale impianto: di fatto la sua realizzazione costituirebbe uno sconvolgimento totale del suolo su 230 ettari per il progetto “Gonnosfanadiga” e altri 269 per quello denominato “Flumini Mannu”, l'impermeabilizzazione complessiva di ben 5 chilometri quadrati; ricordiamo che l'impianto è costituito dal campo solare, costituito dalle linee di specchi e dagli spazi necessari interposti, con relative fondazioni profonde e sottoservizi, nonché sistema di raccolta delle acque di prima pioggia per non inquinare le falde; ci sono poi due ettari completamente impermeabilizzati per la power block e i serbatoi, con le loro circa 14500 tonnellate di sali fusi per il solo impianto di Gonnosfanadiga (che rendono l'impianto assoggettato alla disciplina “Seveso”: eh sì, venivano usati come fertilizzanti, ma in quelle quantità rappresentano un inquinante pericoloso altamente eutrofizzante, e sono anche un comburente molto attivo).
Certo, voi direte, ma che ce ne frega del suolo? Ce n'è tanto... Se vi manca il tempo per istruirvi al riguardo, provate a farvi un giro per Rai3, ogni tanto ci bazzica Luca Mercalli, chiedete a lui, o all'ISPRA, o alle nuove PAC dell'UE, che finanziano gli agricoltori per mantenere improduttivi e a riposo i suoli: che diminuiscono a ritmo vertiginoso.
Le criticità dell'impianto sono queste e altre, relative alle acque per esempio, o allo spianamento del sito d'intervento: il fatto che la fonte energetica sia “rinnovabile” non vuol dire che sia “sostenibile”, perché se va ad incidere su altri beni meno visibili alla nostra umana insipienza e impazienza, ma non rinnovabili, vuol dire che sta distruggendo. Perché non fare l'impianto su aree industriali, già intaccate? Possiamo rispondervi: perché costano di più. L'arch. Virdis risponde anche in altro modo: perché sprecare una preziosa area industriale, deturpandola con i CSP, quando abbiamo inutili aree ad uso agricolo? Nei bilanci industriali il valore è equivalente al prezzo, la nostra civiltà è ancora abbastanza barbara da non aver ben chiaro il significato di “futuro”, se non legato all'ammortamento dei costi.
Continuando a leggere la sua lettera ci cade la mascella: “oggettivamente alleati con chi vuole lo status quo”? Lei a noi pare un formidabile alleato di un'azienda dal potere schiacciante, che contatta membri del governo, che è riuscita a tener vivo finora un procedimento che doveva essere chiuso da tempo in virtù della pochezza progettuale e delle criticità, come riscontrate ad esempio dagli uffici di VIA regionale e dal MiBAC (richieda l'accesso agli atti); noi al confronto siamo muti, riusciamo ad esprimerci solo con gli strumenti sempre più stretti che la legge ci mette a disposizione per l'autotutela, quegli stessi che ci vengono rinfacciati dall'ineffabile Gabanelli che ci chiama “comitati di traverso” (la rinvio a questa nostra nota pubblicata online: "Quando i comitati si mettono di traverso" (https://www.facebook.com/notes/no-megacentrale/report-quando-i-comitati-si-mettonodi-traverso/852967871475157)

Un disastro annunciato è quanto resta della miniera d'oro di Furtei
Le rammento che le stesse palle sul progresso della Sardegna venivano proposte a una popolazione incolta e affamata di lavoro dagli stessi che hanno aperto Sarroch, Portovesme, Ottana (basta rileggersi le cronache, noi l'abbiamo fatto), e ogni singola attività produttiva e inquinante nell'isola, della quale ora si raccolgono i cocci e si nascondono i problemi di salute, cercando di dare vie di scampo a una popolazione che spesso non ha più neanche le terre da lavorare perché rese improduttive o inquinate dalle attività industriali. Anche in quelle occasioni i soliti gufi fecero tristi previsioni, che si sono sinistramente avverate, e che voi vi troviate ora sulla sponda di quelli che rigettano il “vecchio” progresso a favore del “nuovo” ne è dimostrazione.
Bisogna chiudere tutte le attività industriali, abbandonare la speranza di nuove produzioni energetiche? No certo, bisogna farle “come si deve”, accettando il fatto che le conoscenze necessarie per comprendere e portare avanti tali percorsi costituiscono un sistema complesso, che richiede la comprensione il più possibile esatta di ogni aspetto di un contesto, comprensione nella quale i vuoti di cognizione vengono riempiti di precauzione, e rifiutando di converso le visioni semplificatrici e semplicistiche attraverso le quali investitori votati al profitto ma non al bene comune vogliono ottenere i risultati prefissi, raccontandoci favolette di impianti costruiti col marzapane.
Nel “come si deve” di cui sopra è compreso anche il “dove si deve”: le allego al riguardo due link, un articolo su “Nature” del 2015 e un'intervista all'autrice:
Dice di aver fatto un sopralluogo nelle zone interessate dall'intervento: con chi, da solo? Accompagnato solo dai suoi occhi? Che studi ha fatto, quali conoscenze ha alle spalle per esprimere valutazioni?
Le faccio presente che nel suo servizio lei ha mandato finanche le immagini di un campo arato, parlandone come di un campo abbandonato: certo, finché è solo arato non ha un bell'aspetto, ma è una lavorazione necessaria, si esegue con scopo, il contrario dell'abbandono; mi ricorda i bambini di città, che vedendo per la prima volta le capre, citavano da saputelli: “Quelle sono le mucche”. Le faccio inoltre presente che il valore ecosistemico di una zona naturale, o rinaturalizzata non dipende dal suo essere coltivata, altrimenti fanno bene ad abbattere l'Amazzonia o le foreste equatoriali, come purtroppo avviene: anche una zona “abbandonata” alla natura svolge la sua funzione, e faremo bene ad integrarla nella nostra visione d'insieme.
Anche nel contesto socio economico piglia (e mette in onda) 'na sola: l'agricoltore che lei intervista, intenzionato a migliorare la sua azienda con i soldi derivanti dalla cessione-affitto del fondo, di fatto non è un agricoltore, ma un latifondista ereditario, molto benestante, che non ha mai fatto un giorno da agricoltore in vita sua. Di contro invece non ha intervistato quelli che non vogliono vendere e che verrebbero espropriati dei terreni e di vere aziende agricole.
E quanto al livello politico? Che c'entra intervistare in merito ai CSP un assessore all'industria poco all'altezza del ruolo, che degli impianti sa poco e niente, visto che sono ancora al vaglio della CTVIA (dentro una procedura allungata a dismisura dalla volontà dell'azienda di evitare una valutazione che si preannuncia negativa, se non peserà l'intervento politico, distorcente della insostenibilità dell'opera), spesso vanamente chiamata in causa dai comitati; anzi, che c'entra la politica, quando in prima istanza il problema è squisitamente di valutazioni tecniche sulla compatibilità ambientale e sostenibilità a vari livelli? Di fatto la politica dovrebbe entrare in campo dopo la relazione dei servizi tecnici regionali di SVA (oops, hanno bocciato entrambi i progetti), ratificandola, e di fatto sappiamo entrambi che agire diversamente avrebbe un significato preciso: favoritismi.
Quanto immediatamente sopra ha valenza più generale: il problema delle fonti energetiche è prima tecnico, di valutazione ambientale e di sostenibilità, e solo dopo è politico.
Vorremmo dirle tante altre cose sull'argomento, sugli impianti CSP, sulle fonti energetiche rinnovabili in generale e sull'inquinamento, nonché sulla sostanza del vostro servizio, ma il lavoro ci richiama: ci auguriamo di averle dato elementi utili per valutazioni ulteriori e più corrette, o almeno più complesse.
Saluti

il Comitato No Megacentrale
Guspini, 12 maggio, 2016
 
Raccolta del foraggio nell'azienda Cualbu di Decimoputzu  (terreni a rischio esproprio)

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