lunedì 28 luglio 2014

Chi ha competenza sulla VIA delle Centrali Termodinamiche Solari?


Esposto di Comitati e Associazioni sulla legittimità della Valutazione di Impatto Ambientale sottratta alla Sardegna

Sito di Gonnosfanadiga dove sorgerà la Centrale
I Comitati di cittadini di Decimoputzu, Cossoine, Gonnosfanadiga, Guspini e Vallermosa, e le associazioni ambientaliste Italia Nostra, WWF e LIPU della Sardegna, hanno sottoposto alle procure della repubblica di Roma e di Ferrara (che stanno seguendo il caso Clini), e a quella di Cagliari, un esposto articolato nel quale informano su tutta una serie di incongruenze riscontrate nella strana e incomprensibile vicenda della procedura di Valutazione di Impatto Ambientale degli impianti industriali per la produzione di energia che la Gianluigi Angelantoni Group e la Chiyoda Corporation intenderebbero installare nelle campagna di Villasor-Decimoputzu e in quelle di Gonnosfanadiga-Guspini: vicenda che pone molti dubbi.
Gli specchi dell'impianto
 
Si tratta dei progetti per due grossi impianti Termodinamici Solari a Concentrazione (la stessa società ne prevede un totale di 4 in Sardegna) della potenza di 55 MW elettrici cadauno che il Gruppo Angelantoni vorrebbe installare in Sardegna, occupando estese aree agricole attualmente coltivate dai legittimi proprietari a uliveto, cereali, foraggere e ad allevamento di bestiame, o in riposo produttivo e di rigenerazione dei suoli.
 
Il sospetto che qualcosa di strano stesse accadendo è sorto in principio da un articolo apparso sul sito web QualEnergia.it del 5 luglio 2013, nel quale il Direttore Generale del Ministero dell’Ambiente, lo stesso Corrado Clini interessato dai procedimenti attivati dalle procure della penisola, parlava di “progetti bloccati sul fronte autorizzativo” e di “barriere” agli importanti investimenti che Angelantoni e Chiyoda intendono fare in Sardegna. Successivamente alcuni articoli del Sole 24 Ore (2 ottobre 2013 Un miliardo bloccato nei cassetti” e 27 novembre 2013, “Sardegna, il futuro in 24 scatoloni”), anticipavano l’intenzione da parte del Ministero dell’Ambiente di attivare procedure di Valutazione di Impatto Ambientale Nazionale per alcuni progetti di Centrali Termodinamiche solari a concentrazione da realizzarsi in Sardegna.
Azienda agricola nelle campagne di Villasor-Decimoputzu a rischio esproprio 
Di tali impianti si era già interessato, per quanto di competenza, l’ufficio SAVI dell’Assessorato Regionale alla Difesa dell’Ambiente nell'ambito delle procedure di VIA, ed è proprio a seguito della decisione del SAVI di sottoporre gli impianti a procedura di VIA che la pratica viene sottratta agli uffici regionali attraverso un semplice artifizio: un impianto CSP utilizza l'energia termica del sole per ottenere energia elettrica, poiché per gli impianti proposti la potenza elettrica prevista era ampiamente all'interno del valore soglia che fa adire alle valutazioni regionali, si è aggirato questo valore trattando gli impianti in progetto come centrali termiche a combustione, e sottoponendoli a valutazione ministeriale in virtù delle soglie previste per questi impianti, opportunamente rivisti in chiave dell'aumento della potenza termica oltre i 300 MW, dichiarati ma non giustificabili dagli elaborati progettuali. In tal modo la competenza ricade sul Ministero (impianti compresi “tra quelli elencati nell’All.II alla parte seconda del Dlgs.152/2006 e s.m.i al punto 2 “Installazioni relative a centrali termiche ed altri impianti di combustione con potenza termica di almeno 300 MW”). Eppure gli impianti son sempre gli stessi: stessa località, stessa tipologia e struttura, cambia di pochissimo la potenza prodotta (55 MWe anziché 50 MWe) e la società proponente (anziché EnergoGreen Renewables srl” diventano “Flumini Mannu ltd per l’impianto di Villasor e “Gonnosfanadiga ltd” per l’impianto di Gonnosfanadiga ambedue con sede legale a Londra e sede fiscale a Macomer).

Tuppa sa Caccala - Gonnosfanadiga
Successivamente la Commissione Tecnica di Verifica dell’Impatto Ambientale VIA-VAS ministeriale accoglieva la sottoposizione a VIA Nazionale degli impianti, senza fare alcun cenno all’attivazione della stessa procedura di VIA presso gli uffici della Regione Sardegna.
Anche alla luce dei recenti procedimenti giudiziari che vedono coinvolto il dott. Corrado Clini - che all’epoca delle notizie pubblicate sul Sole 24 Ore risultava essere (fin dal 28 aprile 2013) alla guida della Direzione generale sviluppo sostenibile, clima ed energia e quindi direttamente interessato con il servizio da lui diretto al procedimento di VIA Nazionale - le Associazioni e i Comitati chiedono quindi alle procure interessate di verificare la trasparenza delle procedure seguite nella VIA per gli impianti termodinamici da installare in Sardegna che, se approvati, causerebbero una forte e irreversibile compromissione delle peculiarità geo-pedomorfologiche e idrogeologiche essenziali allo sviluppo dell'economia agropastorale, oltre all’occupazione di una  vasta superficie di fertile suolo agricolo (circa 870 ha complessivi), buona parte del quale risulterebbe coperto da un’enorme distesa di specchi e acciaio, oltre agli spazi necessari per le infrastrutture energetiche e le nuove centrali elettriche.
Campu Giavesu - Cossoine
Contro lo spostamento della procedura di VIA al Ministero dell’Ambiente le Associazioni e i Comitati,  con le Osservazioni alla VIA presentate nei mesi scorsi, hanno chiesto alla Commissione Tecnica di considerare l’improcedibilità dell’istanza e di riconoscere alla Regione Sardegna la competenza esclusiva nel procedimento di VIA o, in subordine, di formulare un giudizio negativo di compatibilità ambientale delle centrali solari termodinamiche che si vorrebbero realizzare in Sardegna.
Stupisce che di fronte a questa palese sottrazione di autonomia da parte di un ministero del governo italiano non si sia levata alcuna voce di protesta dalle istituzioni regionali a difesa della propria autonomia e delle scelte che riguardano e condizioneranno negli anni il territorio della Sardegna.

Impianti Termodinamici Solari nel deserto del Mojave - California

 Sull'argomento

 
 

martedì 22 luglio 2014

Magica serata alla Torre Canai


28 Luglio 2014, Torre Canai - Sant'Antioco

Lunedì 28 Luglio alla Torre Canai di Sant’Antioco avverrà un incontro ravvicinato con le stelle e con l’intero firmamento.
Si parlerà di stelle e di galassie, si potrà godere del paesaggio incantevole accompagnati dalle note musicali e visitare la torre e le sue esposizioni: immagini, storia e conchiglie.
Tutti i visitatori che si presenteranno alla Torre dalle ore 20 in poi, con una torcia in mano, saranno i benvenuti.


 La serata avrà inizio al tramonto, intorno alle ore 20, si alterneranno momenti musicali con chitarra e oboe e visite guidate alla Torre e  alle esposizioni presenti al suo interno.

Alle 21.30, si terrà un incontro con Marco Massa, Presidente dell’Associazione Astrofili Sardi, che mostrerà il cielo con l'ausilio di un raggio laser per indicare le stelle e le sue meraviglie.

Si imparerà a riconoscere le costellazioni e a orientarsi  con la stella polare. Verrà anche spiegato come nel tempo variano di posizione le costellazioni zodiacali con diverse sorprese per gli amanti dei segni zodiacali.
 
Si parlerà delle varie tipologie di stelle e della loro evoluzione, dalle stelle gialle come il nostro Sole, alle giganti blu e supergiganti rosse, fino a descrivere la fine naturale delle stelle con trasformazione in stelle di neutroni e buchi neri e ... tanto altro ancora !

Vi aspettiamo

 

Ingresso gratuito


Associazione Astrofili Sardi
Si raccomanda di portare una torcia perché sarà una notte senza luna  
 
Vista dalla piazza d'armi

 
 
 


 

domenica 13 luglio 2014

Illegittime le serre fotovoltaiche a Narbolia: condannati Regione e Comune.

il TAR boccia le Serre Fotovoltaiche a Narbolia!

Il Comitato S’Arrieddu per Narbolia e le Associazioni Adiconsum, WWF e Italia Nostra esprimono una forte soddisfazione per il pronunciamento del TAR Sardegna che ,  con la Sentenza n° 599/2014 dispone l’annullamento di tutti gli atti impugnati, sia quelli autorizzativi del Comune di Narbolia che quelli di sanatoria della Regione Sardegna (Assessorato Agricoltura), condannando anche alla refusione delle spese le medesime Amministrazioni.
Un risultato che rende giustizia al Comitato "S'arrieddu per Narbolia", alle Associazioni che hanno partecipato e sostenuto la protesta e il ricorso davanti al Tribunale Ammnistrativo con impegno e dedizione e a tutti i cittadini che in questa battaglia hanno creduto e per la quale da alcuni anni lottano senza sosta.
Il Comitato e le Associazioni ringraziano tutti coloro che a vario titolo hanno aiutato, agevolato e favorito l'attività del Comitato e l'ottenimento dell'importante risultato. Un particolare ringraziamento agli avvocati dello studio legale Pubusa e dello studio Franceschi.
Nei prossimi giorni il Comitato e le Associazioni terranno una conferenza stampa per parlare delle motivazioni della sentenza, degli effetti che la stessa avrà sulle serre fotovoltaiche di Narbolia e su altre iniziative similari, e di quali scenari si aprono a seguito di questo importante pronunciamento.
Cartello del cantiere



 COMITATO S’ARRIEDDU PER NARBOLIA

 La sua storia e quella dell’impianto di serre fotovoltaiche

A inizio 2012 un gruppo di cittadini narboliesi vengono a sapere che è stato approvato,e stanno per iniziare i lavori di costruzione, di un impianto di serre fotovoltaiche per la produzione di energia. Preoccupati per l’enormità dell’impianto, che dovrebbe sorgere nei migliori terreni agricoli, completamente irrigati, del loro paese, si costituiscono in un Comitato Spontaneo dal nome S’Arrieddu per Narbolia, prendendo il nome da una parte dei terreni che verranno occupati. Dopo varie peripezie riescono ad avere dal Comune copia dei progetti i quali, una volta esaminati, rivelano che si tratta di 1614 serre da 200 mq ciascuna, che copriranno 32 dei 64 ettari disponibili, sui tetti delle quali verranno installati 107.000 pannelli fotovoltaici che potranno produrre una potenza di circa 27 Mw. A sostegno delle serre, alte sette metri, saranno impiantati nel terreno circa 33.000 plinti da 1 mc ciascuno, equivalenti a circa 3 ettari e mezzo di cemento armato.
I terreni, del valore di 12.000 euro a ettaro e appartenenti a tre diversi proprietari, saranno acquistati dalla Enervitabio, srl di Paolo Magnani di Ravenna, al prezzo di 40.000 euro a ettaro. La Enervitabio, dopo aver cambiato il nome in Enervitabio S. Reparata (il nome della patrona di Narbolia) con i suoi progetti é stata ceduta alla Win Sun Luxembourg, srl controllata dalla Win Sun di Hong Kong, finanziata dalla China Development Bank, che incasserebbe più di 6 milioni di euro di incentivi statali all’anno per 20 anni e quasi 3 milioni e mezzo di euro per la vendita della corrente prodotta annualmente, sempre per 20 anni.

Il Comitato con il sostegno di Adiconsum Sardegna e Italia Nostra Sardegna, ai quali in seguito si è aggiunto anche il Wwf Sardegna, dopo aver attentamente esaminato i progetti scopre che non si tratta di produzione di prodotti agricoli, come prevede la legge, ma di produzione di energia, cambiando così la destinazione d’uso di importanti e fertili terreni agricoli. Il progetto è stato approvato dal Comune con la pratica semplificata Suap, e non dalla Regione, come sarebbe dovuto essere, con l’Autorizzazione Unica, senza una Valutazione d’Impatto Ambientale, senza un vero piano di dismissione, smaltimento e ripristino, senza un vero e credibile piano agronomico che dimostri la prevalenza agricola dell’intera operazione e senza la dimostrazione del possesso della qualifica di imprenditore agricolo professionale. Vengono appurati quindi numerosi vizi di competenza, procedurali e di illegittimità e per tali motivi, dopo aver chiesto al Comune la revoca in autotutela delle autorizzazioni rilasciate, richiesta rimasta inevasa, vengono inviati diversi esposti ai vari Enti coinvolti (Comune, Regione, Noe, Gse, ecc.), ai quali si aggiungono poi anche le Procure di Oristano e di Cagliari, il Tar Sardegna e il Tar del Lazio e le interrogazioni presntate, prima al Consiglio Regionale da Claudia Zuncheddu (componente del Gruppo Misto) e poi al Parlamento da Roberto Cotti (Movimento 5 Stelle). Vengono organizzate diverse assemblee popolari e azioni di protesta durante una delle quali due allevatori, aderenti al Comitato, che cercano di bloccare le centinaia di betoniere che vanno e vengono incessantemente, vengono arrestati, processati per direttissima e condannati a 3 mesi con la condizionale.

Il Comitato organizza pranzi solidali, concerti e convegni e viene spesso invitato a manifestazioni di altre organizzazioni e comitati per testimoniare la sua esperienza. Durante tutti questi anni di lotta e mobilitazione il Comitato si è sempre reso propositivo cercando di far capire che il suo scopo non è il semplice contrasto ad una simile dannosa imposizione, ma oltre alla richiesta del ripristino della legalità e del danno ambientale ha sempre evidenziato il fatto che si tratta ancora una volta di progetti piovuti dall’alto, spesso con la connivenza di pubbliche istituzioni e senza aver coinvolto la popolazione locale nel prendere decisioni così impattanti e importanti per il territorio. Ha sempre evidenziato che ci troviamo ancora una volta di fronte all’agevolazione del monopolio della produzione e distribuzione di energia, mentre invece con un’accorta gestione degli incentivi statali si sarebbe potuto raggiungere, risparmiando, l’obbiettivo della costruzione di impianti di produzione di energia per l’autoconsumo, determinando così una “democrazia energetica” diffusa nel territorio. Ha sempre evidenziato che ci troviamo di fronte a un vero e proprio accaparramento di terreni agricoli, per di più per scopi puramente industriali e speculativi, e che se almeno una parte dell’enorme mole di incentivi destinati alle energie rinnovabili sarebbe stata destinata alla incentivazione e valorizzazione del comparto agricolo regionale, con particolare attenzione ai piccoli e giovani agricoltori, sarebbe stato agevolato il raggiungimento di una certa sovranità alimentare, diminuendo drasticamente l’importazione dell’80% dei prodotti per il consumo agroalimentare dell’Isola e agevolando la creazione di veri e stabili posti di lavoro.

 
La sentenza del Tar Sardegna n. 599 dell’11 luglio 2014

Tutte queste lotte hanno portato ad una prima vittoria, che riveste grande importanza giuridica -
per gli aspetti giuridici vedi  l’intervista sul Blog Democrazia Oggi all’avv. Paolo Pubusa,  che ha seguito il procedimento davanti al TAR assieme al collega avv. Riccardo Caboni  -  http://www.democraziaoggi.it/?p=3520  -  politica e sociale non solo per il Comitato e per Narbolia, ma per tutte le lotte e i Comitati sparsi per tutta la Sardegna e l’Italia. Dopo più di sette mesi di gestazione il Tar Sardegna con sentenza n. 599 dell’11 luglio 2014, in cinquantadue pagine spiega in modo chiaro, articolato e motivato il perché le procedure e i progetti relativi all’impianto di serre fotovoltaiche in Comune di Narbolia sono inequivocabilmente illegittimi. E’ una vittoria che dimostra come la costanza, la determinazione, la preparazione e la collaborazione possano premiare gli sforzi anche di umili cittadini e associazioni di diversissime sensibilità nelle loro lotte contro poteri ritenuti invincibili.

Nella conferenza stampa, tenutasi nei locali della Sezione Avis di Oristano venerdì 18 luglio 2014, il Comitato e le Associazioni aderenti (Adiconsum Sardegna, Italia Nostra Sardegna e Wwf Sardegna) hanno illustrato la sentenza, i suoi aspetti giuridici e le sue motivazioni, ma hanno anche espresso i loro pareri sulle conseguenze e le opportunità che essa può offrire. È stata l’occasione per rilanciare l’impellenza di un serio e funzionale Piano Energetico Regionale e per ribadire l’importanza che le energie rinnovabili rivestono nello scenario economico della Sardegna, quando queste garantiscono il fabbisogno energetico dell’intera comunità sarda e non siano invece funzionali alla speculazione energetica e all’accaparramento delle terre da parte di affaristi senza scrupoli.
Sono stati ripercorsi brevemente i momenti cruciali di questa storia evidenziando i numeri, le molteplici criticità dei progetti, delle procedure adottate, i molteplici esposti presentati e le varie posizioni, spesso anche scorrette nei comportamenti, tenute dal Comune di Narbolia e dall’Assessorato Regionale all’Agricoltura i quali, più che agire per il bene comune, della collettività, hanno agito per interessi di pochi, potenti e privati.

E stato evidenziato come la sentenza dimostri inequivocabilmente che le procedure utilizzate, sia dal Comune che dalla Regione, e i progetti approvati siano completamente illegittimi e che l’impianto, in quanto abusivo, dovrà essere obbligatoriamente smantellato. Le motivazioni della sentenza inoltre evidenziano anche l’importanza del problema ambientale che è stato sottovalutato, se non addirittura ignorato, dagli enti preposti ai controlli, e l’importante ruolo svolto dai cittadini, singoli e associati, e delle Associazioni a difesa del territorio, dell’ambiente e del bene comune. 
Il Comitato ha ringraziato tutti coloro che hanno sostenuto questa causa, soffermandosi poi sull’importanza della sentenza per le moltissime vertenze in atto contro la costruzione maldestra e prepotente di impianti di energia rinnovabile, sulla maggior forza che essa può dare alla richiesta di moratoria sulle autorizzazioni e costruzione di tali impianti recentemente presentata dai Comitati Sardi InRete e dal Coordinamento Sardo Non Bruciamoci il Futuro al Presidente della Regione Sardegna Francesco Pigliaru, nella richiesta di salvaguardia dei terreni agricoli e nell’incentivazione del comparto agricolo sardo.
E’ stato evidenziato come questa vittoria dimostri, una volta di più, che anche comuni cittadini, spesso etichettati come visionari, possono lottare contro i poteri forti e possono ottenere risultati positivi …. possono vincere. Conferma come qualsiasi cittadino o associazione coinvolta dagli effetti di progetti così invasivi sono legittimati a resistere in giudizio. La sentenza acquista grande importanza dal punto di vista giuridico anche perché ha evidenziato in modo molto circostanziato e motivato l’obbligo e l’importanza, in base alle convenzioni internazionali ed in particolare la Convenzione di Aarhus, del coinvolgimento, profondo e cosciente, non superficiale e formale, della popolazione nel prendere decisioni così importanti per il suo futuro.


Il Comitato ha poi dichiarato che ora la sentenza sarà posta all’attenzione del Comune di Narbolia, che dovrà prendere decisioni conseguenti, del Gse, che gestisce gli incentivi statali per le energie rinnovabili e che resiste di fronte al Tar Lazio contro la Enervitabio avendola cancellata dal registro nazionale degli incentivi e delle Procure di Oristano e di Cagliari che sono state interessate da diversi esposti e che stanno indagando sulla vicenda.
Non secondario è il fatto che il Comune e la Regione sono stati condannati al pagamento delle spese per un totale di 8.000 euro, di cui 5.000 a carico del Comune e 3.000 a carico della Regione; 6.000 dovranno essere dati ai ricorrenti e 2.000 a Italia Nostra.

Il punto però su cui si sono maggiormente soffermati il Comitato e le Associazioni aderenti riguarda quello degli sviluppi positivi che questa sentenza può offrire. Il Comune infatti si troverebbe in questo momento obbligato a chiedere lo smantellamento dell’impianto che si configura a tutti gli effetti come abusivo. Nel caso in cui lo smantellamento non avvenisse, cosa molto probabile a causa degli ingenti costi, che prevedono anche il ripristino dei terreni danneggiati, il Comune potrebbe requisire l’impianto ed acquisirlo al suo patrimonio. A questo punto lo scenario sarebbe molto variegato. Ecco alcuni degli spunti proposti.

a.         Cedere ad agricoltori narboliesi e del circondario che ne facessero richiesta parte delle serre, liberate dai pannelli sui tetti;
b.        Utilizzare i pannelli smontati per montarli sui tetti degli edifici pubblici comunali e cedere l’eventuale sovrappiù alle imprese narboliesi;
c.         Utilizzare una parte della corrente prodotta per soddisfare le esigenze di tutto il paese (l’impianto è in grado di produrre corrente per circa 14.000 famiglie e le famiglie di Narbolia sono 600, quelle dell’Unione dei Comuni del Sinis-Montiferru sono circa 6.000;
d.        Offrire alle imprese che si stabiliscono, investono e assumono nel territorio di Narbolia la gratuità dell’energia loro necessaria per un certo numero di anni, creando così altre opportunità di lavoro, non solo per Narbolia;
e.         Utilizzare gli incassi della corrente venduta e la vendita delle serre non utili, per il ripristino dei terreni agricoli danneggiati;
Il Comitato ha concluso la conferenza stampa quindi in modo propositivo, confidando che l’Amministrazione Comunale e la popolazione di Narbolia sappiano approfittare della situazione per riprendere in mano la possibilità di decidere del proprio territorio e del proprio futuro per il bene di tutti.


I Comitati Sardi InRete
 
Nel portare avanti queste lotte il Comitato S’Arrieddu per Narbolia ha contribuito attivamente anche alla nascita dei Comitati Sardi InRete.
La storia recente della Sardegna ci restituisce un territorio costellato di progetti calati dall'alto e dall'esterno, progetti i cui benefici restano in capo alle lobbies economico-finanziarie che li propongono lasciando alla collettività i danni ambientali, sociali ed economici, ed i relativi costi, da essi causati e lasciando dietro di sé un substrato sociale ed economico incapace di provvedere autonomamente alle proprie necessità. Questa storia ci restituisce comunità sfilacciate, un paesaggio ferito, un territorio privato delle competenze e delle popolazioni che ne garantiscano la tenuta e l'assetto, colpito da altissimi livelli di disoccupazione, povertà, disagio sociale, spopolamento, abbandono delle campagne, dissesto idrogeologico, sottrazione di estensioni vastissime di territorio destinati a usi militari e industriali, con annesso inquinamento che si ripercuote sulla salute pubblica.

È in un quadro così delineato, che senza la complicità della classe politica e amministrativa e a comportamenti complici della società sarda non si sarebbe mai potuto comporre, che nasce l'esigenza da parte delle popolazioni di reagire, resistere e ricostruire. L’obbiettivo che ha spinto diversi Comitati spontanei e Associazioni provenienti da ogni parte della Sardegna a mettersi InRete è quello di unire le voci, le competenze e la passione per difendere il rispetto per le comunità, i loro diritti, le loro esigenze e la loro progettazione del territorio, nella consapevolezza che il bene collettivo è un valore superiore all'interesse individuale. Solo in questo modo sarà possibile spezzare il senso d'impotenza su cui marciano gli speculatori e riprendere in mano il proprio destino, proponendo un modello di organizzazione sociale che si basi sulle reali esigenze delle popolazioni locali e impegnandosi a ricostruire un senso di comunità e appartenenza che possa immaginare un futuro e resistere ad un uso del territorio che emargina chi lo abita, costringendolo a vivere da straniero in casa propria o ad emigrare.

 

Sull'argomento

Blog Italia Nostra Sardegna - Finte serre fotovoltaiche a Narbolia
Blog Democrazia Oggi - Narbolia: focus sulla sentenza del TAR - intervista all'avvocato Paolo Pubusa
Facebook - No al furtovoltaico a Narbolia
Tiscali - Narbolia, vince l'ambiente: stop del TAR alle serre fotovoltaiche di s'Arrieddu
Sardiniapost - Il TAR boccia le serre fotovoltaiche di Narbolia
Arrèxini - S'Arrieddu festeggia: Il Tar accoglie il ricorso contro il furtovoltaico
CagliariPad - TAR, vittoria ecologista: bocciato l'impianto fotovoltaico di Narbolia
ANSA Sardegna - Energia: Tar boccia impianto Narbolia
LinkORistano - Il Tar accoglie il ricorso, si smontano le serre fotovoltaiche di Narbolia?
La Nuova Sardegna - Stop alle megaserre fotovoltaiche di Narbolia, il Tar dà ragione all'Adiconsum
Rete della Resistenza sui Crinali - Noi sognavamo la rivoluzione verde


 
 
 
 
 

giovedì 10 luglio 2014

Estate di novità alla Torre Canai di Sant'Antioco

Torre Canai - Sant'Antioco

Questa estate 2014 i visitatori oltre a godere, dalla piazza d’armi della Torre del bellissimo paesaggio e dei colori del mare cristallino, potranno ammirare una mostra malacologica con le splendide conchiglie della collezione Onnis e naturalmente la sempre attuale mostra fotografica e cartografica sugli aspetti naturalistici e culturali dell’isola di Sant’Antioco, oltre alla sezione riservata alla storia della Torre Canai.
Le visite del sabato mattina saranno accompagnate dalle note della chitarra del maestro Diego Raspa.

Recente esibizione di Diego Raspa alla Torre
La notte di lunedì 28 luglio il presidente dell’Associazione Astrofili Sardi ci accompagnerà in un incontro ravvicinatocon le stelle, le costellazioni e l’intero firmamento.
 

Nel sito circostante la Torre sono agevolmente percorribili dei sentieri-natura (con indicazioni delle principali specie vegetazionali presenti). 
All'interno della Torre è disponibile per i visitatori interessati una dettagliata cartina dell’isola di Sant’Antioco e un libretto (in italiano) dove è riportata la storia della Torre e alcune sezioni sulle presenze naturalistiche, ambientali e culturali del sud dell’isola.

Per agevolare i turisti non italiani è stata redatta un’agevole cartella multilingue dove è riportata una sintesi delle vicissitudini storiche e costruttive della Torre. Le cartelle disponibili al momento sono in lingua inglese, tedesco, spagnolo e naturalmente in Italiano. 

Orario di Apertura 

dalle 10.00 alle 12.30   Tutti i giorni della settimana (ad eccezione del Giovedì per chiusura settimanale)
dalle 17.00 alle 19.00   Domenica-Lunedì-Martedì-Mercoledì
L’apertura della Torre per l’intera stagione estiva è garantita dalla disponibilità e dalla collaborazione dei numerosi volontari
L’ingresso alla Torre  è gratuito


 
Mostra Didattica di Malacologia


La novità di quest'anno è rappresentata dall'esposizione delle conchiglie dei mari dell’arcipelago del Sulcis della collezione Onnis.

Scopo della mostra è la divulgazione e la valorizzazione di alcune specie di conchiglie marine dell’area Mediterranea, tipiche dell’arcipelago del Sulcis. Molte delle conchiglie esposte sono facilmente rinvenibili nel bagnasciuga delle nostre coste, altre si possono ammirare nel loro habitat con l’ausilio di maschera e pinne.
La raccolta malacologica esposta alla Torre Canai è formata da conchiglie marine appartenenti alla classe Gastropoda e della famiglia delle Cypraeidae. Molto interessanti alcune conchiglie appartenenti alla classe Lamellibranchia (o Bivalva) come la Solemya tagata, conchiglia fragile, dall’aspetto appariscente e di colorazione traslucida rinvenibile raramente infossata su praterie di Posidonia Oceanica.
 Di rilevante interesse scientifico le “microconchiglie” di dimensioni infinitesimali, anche di 1/10 di mm rinvenute a profondità batiali di 300 – 400 mt sulla costa prospiciente Capo Sperone.   
 
  

Torre Canai – Sant’Antioco

Nella costa sud-orientale dell'isola di Sant'Antioco, sopra l’interessante promontorio roccioso di Turri, a circa 14 Km dal centro urbano si erge la Torre Canai. Costruita nel 1757 e recentemente restaurata dall’Associazione Italia Nostra con i contributi del Ministero dell’Ambiente e della Soprintendenza ai Beni Architettonici di Cagliari, nel 1994 la Torre è stata restituita alla fruizione collettiva.
Il monumento ospita una Mostra fotografica e cartografica degli aspetti naturalistici e culturali dell’isola di Sant’Antioco. Una sezione è riservata alla storia della Torre Canai.
Nel sito circostante la Torre sono agevolmente percorribili dei sentieri-natura con indicazioni delle principali specie vegetazionali presenti; in prospettiva è prevista la realizzazione di un orto botanico delle specie costiere. A poca distanza dalla Torre sono inoltre visitabili altri siti di rilevanza archeologica e naturalistica.
L’ingresso alla Torre è gratuito grazie alla disponibilità dei volontari. I costi di gestione compresi i canoni demaniali sono coperti dall’autofinanziamento e dalle offerte dei visitatori.
Per i visitatori interessati sono disponibili una dettagliata cartina dell’isola di Sant’Antioco e un libretto in italiano con la storia della Torre e sezioni sulle presenze naturalistiche, ambientali, e culturali del sud dell’isola.
La storia

La Torre fa parte del sistema di torri costiere voluto da Filippo II di Spagna a protezione dei litorali sardi, col duplice ruolo di sorveglianza e difesa delle coste dagli attacchi di corsari e “barbareschi”, cioè dei pirati Tunisini, e di controllo dell’approdo all’isola.
Gli Spagnoli non riuscirono però a costruirla, perché nel diciottesimo secolo furono sostituiti dai Piemontesi nell’occupazione della Sardegna.  La Torre fu edificata nel 1757 sotto il governo del Viceré conte Lorenzo Bogino su progetto dell’ingegnere militare Vallin, in concomitanza con il ripopolamento dell’isola di Sant’Antioco.
Le torri costiere, tra loro in collegamento visivo, assolvevano principalmente la funzione di avvistamento e di allarme ai fini militari e sanitari; solo talune erano dotate di pezzi di artiglieria (come appunto quella di Canai, denominata torre “sencilla”).
La Torre di Canai restò attiva fino al 1815: durante il tentativo d’invasione francese del 1793 e in occasione delle ultime due incursioni tunisine del 1812 e 1815, svolse un’importante opera di avvistamento e comunicazione di notizie ai reparti militari preposti alla difesa del centro abitato.
Nel 1867 il sistema delle torri costiere fu definitivamente dismesso e le torri entrarono in una fase di abbandono, che per la Torre Canai si protrasse fino al 1960, quando la Torre fu concessa a un privato che la sottopose a numerosi rimaneggiamenti per trasformarla in residenza estiva. A questo scopo furono costruite sovrastrutture che consentissero di ingrandire gli spazi fruibili creando vistose alterazioni che svilirono il monumento.
 

Ruolo dell’associazione Italia Nostra

Nel 1985 l’Associazione Italia Nostra fece richiesta di concessione della Torre affinché potesse diventare patrimonio della comunità di Sant’Antioco.

La concessione del monumento all’Associazione è del 1988, anno in cui iniziarono gli studi e il restauro del monumento, che si protrassero fino al 1993.

L’attività di restauro, progettata e diretta dall’architetto Luciano Rossetti, è consistita nella demolizione della sovrastruttura realizzata dal concessionario privato sopra la piazza d’armi per ricavare una panoramica zona soggiorno–pranzo-cucina, nel ripristino dell’originaria merlatura, e nella demolizione di un ampio soppalco utilizzato per camere.
Interno della Torre

A seguito di recupero, nel corso del restauro è stata evidenziata la pregevole volta emisferica, individuata la cisterna prima manomessa per la realizzazione di un deposito, e ripristinata la garitta che era stata trasformata in bagno di servizio. In occasione del restauro si è provveduto infine alla messa a norma degli impianti elettrici e del trattamento delle acque reflue.
Nel 1994 la Torre è stata aperta al pubblico, ed è ora la sede della sezione di Sant’Antioco dell’Associazione Italia Nostra. Ospita una Mostra permanente degli aspetti storici, ambientali, e culturali dell’isola di Sant’Antioco, e del sistema delle torri costiere della Sardegna.
Nella Torre si svolgono attività di educazione ambientale e attività culturali di vario tipo: convegni, concerti, mostre, teatro. Il monumento, che nel corso della stagione estiva è aperto al pubblico grazie alla collaborazione dei volontari dell’Associazione, è inserito ogni anno nelle giornate culturali promosse dal Ministero dei Beni Culturali e nella rassegna “Monumenti Aperti”.
La Torre è circondata da un giardino botanico progettato dal naturalista Sergio Todde, che ha classificato le specie autoctone presenti nell’area. Intorno alla Torre sono stati predisposti dei sentieri natura, e realizzati interventi di riqualificazione del patrimonio floristico e vegetazionale.

   
 



Vista dalla Piazza d'Armi


 

venerdì 4 luglio 2014

Incompatibilità ambientale delle ricerche di idrocarburi lungo le coste sarde


Schema indagine con air gun
Le Associazioni ITALIA NOSTRA, WWF e LIPU Sardegna hanno chiesto al Ministero dell’Ambiente di dichiarare l’incompatibilità ambientale della richiesta presentata dalla società Schlumberger Italiana S.p.A intesa ad avviare un’indagine Geofisica 2D di prospezione nel Mar di Sardegna, su un’area di 20.922 km2 .
La richiesta delle Associazioni ambientaliste è motivata, anche in forza del richiamo all’applicazione del fondamentale Principio di Precauzione (Dlgs.152/2006, Codice dell’Ambiente), dagli impatti ambientali negativi che le attività di ricerca, e conseguenzialmente l’eventuale successiva attività di estrazione, causerebbero alla fauna marina e all’intero ecosistema del Mediterraneo Centro-Nord Occidentale, oltreché all’incidenza negativa sulle attività economiche che gravitano nell’orbita del sistema mare-costa .
L’area marina interessata si trova infatti in prossimità del confine occidentale di Pelagos: 90.000 Km2 di superficie marina meglio conosciuta come “Santuario dei Cetacei del Mediterraneo”, un’Area Specialmente Protetta di Interesse Mediterraneo, che ha valenza internazionale perché coinvolge ambiti territoriali di pertinenza francese, monegasco e italiano. In questa zona del  Mediterraneo vi è una massiccia concentrazione di cetacei rappresentati da dodici specie tra i quali la Stenella, la Balenottera Comune, il Capodoglio,  alcune delle quali in forte contrazione ed a rischio estinzione.
Presenza di Balenottera Comune nell'area della ricerca
Lungo la costa della Sardegna e della Corsica prospiciente la zona “E”, interessata dalle prospezioni geognostiche marine, sono inoltre presenti il Parco internazionale delle Bocche di Bonifacio, il Parco Nazionale dell’Asinara, le Aree Marine Protette “Capo Caccia – isola Piana” di Alghero e “Penisola del Sinis – isola di Mal di Ventre” di Cabras, il Parco Naturale Regionale di Porto Conte, nonché numerosi siti a tutela della biodiversità: aree comprese  nella rete Natura 2000 (SIC e ZPS).
Pur se la richiesta di ricerca presentata si riferisce alla sola prospezione geofisica ed ha lo scopo di indagare se nelle rocce al di sotto del fondo marino esistano depositi di idrocarburi. È quindi certo, per il dispiego di risorse economiche messe in campo e gli enormi interessi collegati, che le informazioni raccolte costituiranno il punto di partenza per futuri lavori di esplorazione diretta mediante carotaggi del fondo marino ed estrazione degli idrocarburi.
Le Associazioni hanno rilevato inoltre un vizio nella Valutazione di Impatto Ambientale  conseguente all’indebito frazionamento del procedimento in tre separati tronconi.  Infatti negli elaborati proposti per la Valutazione gran parte dei rischi sono individuati come minimi o nulli in relazione alla presunta breve durata delle operazioni di ricerca. Viceversa i rischi sono da ritenersi di ben più grave entità qualora si prendano in considerazione anche le successive attività di estrazione, che saranno la ovvia “conseguenza” delle inevitabili trivellazioni esplorative: il “ciclo di vita” dell’iniziativa messa in campo, con le conseguenti componenti di rischio, va infatti considerato nella sua totale interezza dalle prospezioni sismiche fino alla coltivazione della risorsa. Non ha dunque alcun senso autorizzare un’attività esplorativa, comunque non a “rischio zero” in considerazione della tecnica invasiva utilizzata, se poi la coltivazione di idrocarburi non dovesse essere compatibile con i conseguenti impatti ambientali, economici o per altri motivi di sostenibilità.

Area "E"
Tra le numerose eccezioni presentate si osserva che lo Studio di Impatto Ambientale ignora il quadro completo delle normative Italiane e Comunitarie e le linee guida per la mitigazione delle emissioni e si contestano i dati molto esigui e non reali sulla  presenza di mammiferi marini nell’area, la minimizzazione dell’impatto negativo delle emissioni acustiche connesse all’air gun sull’ecosistema e le generiche e tranquillizzanti affermazioni sulla tutela delle aree costiere che risulterebbe “garantita dalla distanza delle attività dalla costa”.
Su quest’ultima questione, le associazioni ritengono che in caso di incidente - come ad esempio quello del 20 Aprile 2010 nel Golfo del Messico – i danni che ne deriverebbero alle coste della Sardegna (distanza di circa 50 km dall’area interessata), della Corsica e della stessa Penisola Italiana sarebbero di entità ancora maggiori (e certamente irreversibili) rispetto a quelli causati dalla fuoriuscita di petrolio all’area del delta del Missisipi, che dista ben 80 km dalla piattaforma petrolifera Deep Water Horizon.
Mare dell'Argentiera
Per tutti questi motivi le Associazioni Italia Nostra, WWF e LIPU Sardegna sono intervenute (ai sensi della legge n° 241/1990 e del Decreto l.gs.vo n° 152/2006) con proprie Osservazioni nel Procedimendo di V.I.A. Nazionale, inviandole nel contempo per conoscenza al Presidente della Regione Sardegna, ai Presidenti delle Province e ai Sindaci i cui territori costieri sono interessati dalle attività della società texana, affinché anch’essi si propongano come attori non passivi nel procedimento di V.I.A. e formulino, assieme alle Associazioni e ai numerosi comitati locali, un’esplicita richiesta di incompatibilità ambientale dell’indagine geofisica e delle attività di estrazione di idrocarburi nel Mare di Sardegna.

Li 4 luglio 2014

Golfo dell'Asinara

Ministero dell'Ambiente, Documenti Valutazione Impatto Ambientale
Intervento di indagine geofisica 2D nell'area dell'istanza si prospezione in mare "d1 E.P. - SC" 

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